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Marco Cruciani

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Pensieri in libertà


Come se fosse solo tifo

Pubblicato da Marco Cruciani su 7 Luglio 2014, 19:15pm

Come se fosse solo tifo

Pensieri sparsi di “fine stagione” ? Può darsi, visto che lo spunto arriva proprio dalla festa di fine stagione organizzata a San Giustino dall’anima biancoazzurra della tifoseria della Sir Safety Perugia. Un’occasione bellissima per rivedersi, ritrovare volti familiari a due mesi esatti dalla fine della stagione, che ha un doppio sapore… Ci si guarda indietro, ci si rivede sui tanti palcoscenici in cui si è recitato da protagonisti, pensando già a quello che sarà, ai nuovi beniamini, a nuovi sogni possibili. Tra passato e futuro. Ma forse, quello che conta di più, è proprio il presente. E’ adesso. E’ essere un centinaio di persone insieme, come un’unica grande famiglia, accumunata dalla passione, dalla capacità di vivere in maniera meravigliosamente sana lo sport, la partecipazione calorosa all’evento, quello che in modo assolutamente limitativo si chiama “tifo”. Se fosse solo quello, sarebbe fin troppo banale. In fondo il tifo è l’aspetto “esteriore”, è il modo in cui ognuna delle persone che abita questa parte del pianeta Sir, mostra al resto del mondo come gli piace partecipare a quella autentica occasione di festa che è la partita. Ma tutto questo, a nostro parere, deriva da molto altro. E’ frutto della cultura, delle qualità personali, della sensibilità, di quell’essere “brava gente”, per usare un’espressione cara al Presidente Gino Sirci, che c’è in queste persone. E’ un dna, quello di Alvaro, di Diego, di Walter, di Gianni e di tutti, di tutti gli altri, che rende uniche queste persone, prima ancora che queste indossino i panni degli appassionati di sport. Basta vederli all’opera, nel preparare una festa, una cena, o trascorrere con loro un po’ di tempo fuori dal contesto sportivo per capire. Per comprendere perché sono capaci di portare dentro un palasport, o dentro qualsiasi posto in cui possono trovarsi, qualcosa di speciale. Per questo, è perfino secondario parlare di coreografie, di cori, di tamburi e di canti… Qui, prima ancora, bisogna parlare davvero di cultura, di capacità personali, dell’intelligenza, del buon senso, delle capacità progettuali e del talento di chi sa costruire qualcosa di importante dal punto di vista sociale. E’ il diventare messaggeri di valori positivi, di valori aggreganti sani, puliti e nobili. Questo tipo di aggregazione legata ad una passione sportiva diventa davvero fenomeno sociale, culturale: diventa un dono che lo sport fa alla società intera. Provate a rifletterci… Poi, per carità, nemmeno qui c’è la perfezione, l’idillio, l’amore perfetto. Ci sono tensioni, anche incomprensioni, magari si discute, ci si confronta. Ma crediamo che alla fine ci sia in ognuno la voglia di superare tutto, di uscirne con qualcosa che abbia reso migliore l’ambiente e ognuno dei componenti di questo, un po’ più ricchi e forse più vicino all’altro. Credo che il Presidente Sirci debba essere orgoglioso di tutto questo. Di cosa è diventato il fenomeno Sir, di quali semi ha generato la “Sirmania”. E’ ovvio che parliamo di un’impresa sportiva, di un tipo di avventura che ha dei costi non trascurabili e che vive e si alimenta di risultati, di vittorie, di traguardi da raggiungere. Ma parallelamente, questo meccanismo, crea qualcosa che forse è ancora più importante. E’ un messaggio sociale, quello della “grande festa sportiva” che la Sir ha saputo veicolare attraverso le persone che ne vivono da vicino la sua storia. Un concetto, un modo di vivere, che la gente della Sir ha radicato al PalaEvangelisti ma che ha anche esportato in ogni palazzetto in cui ha messo piede. A Bologna, come a Cuneo, Piacenza, Osimo… Crediamo sia davvero motivo di grande orgoglio, per tutti, aver dato vita a questo fenomeno. In un contesto, sarà bene ricordarlo, dove gli esempi negativi non mancano davvero. Anche in ambito pallavolistico. Dove il tifo diventa voglia di prevaricazione, dove il campo avverso diventa un territorio da conquistare con qualsiasi mezzo o espediente per imporre la propria legge, dove l’insulto è una regola di vita, dove l’avversario è quasi sempre un nemico. Ecco perché bisogna parlare di cultura e non solo sportiva, delle qualità personali e non solo delle “capacità di essere tifo”, di teste pensanti messe al servizio di un gioco, per farlo diventare migliore. A noi, pare che ci siano tutti questi ingredienti, dentro questa storia. Una bella storia, che merita di crescere ancora, perché portatrice di tanti bei semi. Quelli di cui tanti giovani che si avvicinano a questo ambiente scoprono la bellezza, facendosi contagiare da tutto il buono che c’è dentro. Davvero troppo facile, troppo semplice, pensare che sia solo un questione di tifo. Perchè forse, volendo, si può crescere, anche sulle tribune dell’Evangelisti…

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