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Marco Cruciani

Marco Cruciani

Pensieri in libertà


Dopo Goran

Pubblicato da Marco Cruciani su 9 Luglio 2015, 14:00pm

Dopo Goran

“Discese nel mondo un Maestro, nato nelle terra santa… del Montenegro". Parafrasando l’incipit di un vecchio libro di Richard Bach, potremmo iniziarla così la “storia” di quel maestro del volley nato a Cetinje, nell’ex capitale del Regno del Montenegro. Che, ad appena quarantadue anni, avrebbe potuto giocarsela ancora, almeno in tre ruoli diversi: in banda… come libero… o magari a palleggiare, perché a noi, quando ha alzato certi palloni, ha ricordato i movimenti dell’extraterrestre Tai Aguero ! E invece, Lui, ha detto basta.

Già, la prossima stagione, il prossimo campionato, la prossima annata sportiva, sarà la prima che non vedrà scendere in campo un signore che, fino all’ultimo set giocato – primo maggio 2015, gara tre della semifinale scudetto tra Energy T.I. Diatec Trentino e Sir Safety Perugia – ha dimostrato tutta la sua classe infinita. E il giorno dopo quella maratona lì, da grande Capitano, attraverso Simone Camardese - Pallone d’Oro in carica degli Uffici Stampa della Serie A – rilasciava queste parole: “Sono orgoglioso dei miei compagni”. Chapeau, come sempre. Aggiungendo, a proposito del suo futuro: “Che farò il prossimo anno? Sicuramente starò vicino alla squadra. Vedremo se continuerò o meno, deciderò tra un po’ facendo le somme della stagione”.

Diciotto campionati in serie A1, uno soltanto in A2, una stagione in Grecia e quelle iniziali nella natia, geograficamente scomparsa, Jugoslavia. Venticinque anni di Storia della Pallavolo italiana ed internazionale, nozze d’argento sportive vissute e celebrate con il talento, la classe cristallina e la professionalità assoluta, tipiche di un autentico fuoriclasse. Una carriera avara di successi con i club – la vittoria nel campionato di A2 con la Sir è una di queste - ma impreziosita dal traguardo più ambito da qualsiasi sportivo: l’Oro Olimpico, a Sydney, nei giochi dell’edizione 2000. L’oro, non poteva arrivare in mani più sicure.

Diciannove stagioni in Italia, e quasi la metà vissute a Perugia: quattro con la maglia della Rpa, altrettante con quella della Sir Safety. Perugia, un’altra Cetinje; l’Umbria diventata, grazie all’incontro con Francesca, l’altra metà del mondo di Goran. Un feeling, quello con Perugia, diventato ogni giorno un po’ più forte: Perugia, un ambiente caldo, passionale, ma sempre rispettoso dei suoi idoli, su misura per i suoi fuoriclasse. Con Goran forse, questo aspetto è diventato una sorta di dogma. Chi ha vissuto da vicino i suoi anni perugini, lo può confermare. Che insomma, Goran è sempre stato/sembrato un tipo un po’ schivo, un … lupo montenegrino da rispettare… accarezzare da lontano, meglio se solo col pensiero, un po’ di sfuggita… col timore, per non dire con la paura, che il lupo potesse anche un po’ “ringhiare”. I trattati sulla specie, quella del lupo, sono davvero rivelatori: il lupo è un animale sensibile ed intelligente, che può essere insieme individuo e animale sociale. Un animale che si prende cura dei suoi, protegge la famiglia e ha bisogno di essere parte di qualcosa che sia più grande di lui: il branco. Perfetto. Nel branco dei pallavolisti uno come lui non lo percepivi mai a disagio: sempre perfettamente lucido, presente, uno che ha sempre saputo come portare avanti al meglio il suo compito. Del branco e, allo stesso tempo, individuo a sè, con la capacità di essere, contemporaneamente, dentro e fuori dal gruppo.

Branco, famiglia… Una famiglia che, forse, si allarga improvvisamente, da quel drammatico ottobre 2013, quando Goran e Francesca… diventano genitori, figli, fratelli, di tutti noi. La vita che toglie, che si prende un pezzo di te, che prende amore e te lo ridà centuplicato attraverso la gente che, da quel momento in poi, amerà Goran e il suo mondo come nessun altro fino ad allora. Il rispetto per il giocatore, per il “suo branco”, per la sua storia, diventano qualcosa di più. E’ un “amore che entra in circolo” e che forse apre una “breccia in più”, anche nel cuore del lupo.

Forse proprio in quella che diventerà l’ultima stagione del Vujevic giocatore, a molti sembra di vedere un uomo nuovo, diverso… Che spiazza, sorprende, emoziona, stupisce, con un modo di essere che sembra più “aperto”, più “vicino”, più “di tutti”. L’uomo e l’atleta, due immagini che si sovrappongono e danno vita alla gigantografia di una della persone più speciali che la pallavolo ci abbia regalato. Perugia è stata fortunata, come Trento, Latina, Taranto, Montichiari, Ferrara, Brescia… a poter ammirare un giocatore come Goran Vujevic. Perugia forse un po’ di più. Molto di più. Perugia se l’è goduto, finché Goran ha voluto. Un giocatore che avrebbe potuto continuare ad essere un fenomeno assoluto di longevità e talento. Ma il lupo, stavolta, forse una volta di più, il nuovo lupo, ha preso tutti in contropiede.

Ha deciso che non era importante aspettare ancora un po’, magari per alzare a Perugia, da capitano, il primo trofeo della Sir Safety Perugia. Quella foto l’abbiamo sognata e tale resterà: un sogno. Purtroppo, ed è un vero peccato, non la vedremo mai... Ci restano però le altre 134, di foto… Quelle di tutte le partite giocate con la maglia dei Block Devils: onorata, sempre, fino in fondo, fino alla fine. Indossata come scelta di vita per la sua prima discesa in A2 e portata fino alla Champions League… Un lungo viaggio alla scoperta delle magie della pallavolo griffate Vujevic, che in tanti hanno potuto condividere: dai cinqucentosessantotto spettatori di Genova (2 ottobre 2011, prima trasferta in A2 della Sir di Boban Kovac, capitanata da Goran) ai tredicimila dell’Atlas Arena di Lodz, per l’ultimo atto perugino della Champions League 2015. Tanti possono dire: l’ho visto giocare, c’ero anche io…

Da “Stella del Montenegro” a “Lupo”, con l’inseparabile numero tredici cucito addosso - tranne in un paio di campionati in cui cedette il suo numero a Seba Swiderski - possiamo dire di aver visto molte cose…

Insieme a Goran abbiamo visto il mondo cambiare. Son caduti i Muri, sono cambiate le nazioni, le monete. Non c’è più nemmeno il “cambio palla”. E siamo diventati grandi insieme, tutti insieme. Ammirando certi velenosissimi mani e fuori, certe parabole impossibili oppure… certi palloni arrivati a velocità supersonica… spegnersi nel suo bagher e volare perfetti nelle mani del palleggiatore come gabbiani che planano dolcemente sul pelo dell’acqua. Così come abbiamo guardato, stupiti ogni volta, certe veroniche beffarde uscite dalle mani di uno schiacciaprestigiatore montenegrino, che oggi è diventato uno di noi. Anzi no, non diciamo eresie. Anche se continueremo a vederlo intorno al taraflex, in “abiti civili”, quasi uguali ai nostri, togliamocelo dalla testa. In campo o fuori, quelli come lui, saranno sempre diversi dagli altri. Unici. Perché… Non c’è nessuno, come Goran Vujevic. Buttate il calendario. E’ finita un’epoca. Ne inizia un’altra. Anno primo: Dopo Goran.

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