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Marco Cruciani

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Pensieri in libertà


I ragazzi del Subbuteo

Pubblicato da Marco Cruciani su 2 Febbraio 2015, 07:55am

I ragazzi del Subbuteo

Poi ad certo punto della nostra vita di ragazzi cresciuti a pane e … interminabili partite al campetto o in piattaforma, arrivò il Subbuteo. Ricordo certi piovosi pomeriggi domenicali, con “Tutto il calcio” a fare da sottofondo, passati nel garage di Nico, attorno al panno verde. Le porte, il pallone, gli omini da far viaggiare in punta di dito. Nico era un privilegiato. Nico aveva il campo. Il panno verde ufficiale, con le staccionate in plastica. Il garage di Nico era Wembley. Ma il sogno, era avercelo, il campo. Solo che, al tempo, quello vero, che lo trovavi solo in centro, da Conti, costava una tombola. E allora ci voleva un pizzico di fantasia. E l’aiuto dei grandi. Trovare una stoffa verde, adatta, buona per far scivolare ma non troppo gli omini. Si trovò, forse nel negozio della zì Luciana. Un orlo, e via, il più era fatto. Le porte furono l’investimento minimo obbligato. Le staccionate no, anche quelle, troppo care. Si fa con il cartone, una serie di strisce di cartoncino piegate a metà, perfette per attaccarci la pubblicità ritagliata dal Guerin Sportivo. Il panno fissato con le puntine da disegno su una tavola di truciolare o di compensato, presa chissà dove, le righe segnate col gessetto da sarta e righello. E il gioco era fatto. Certo, non era Wembley. Wembley era il campo di Nico. Quello lì era più un campetto di periferia. Ma buono, perfetto per giocarci anche lì, in qualche pomeriggio da passare al chiuso. Inventandosi un tabellone per il più classico dei tornei. Perfetto per avere il piacere di giocarci con gli amici del cuore. Il piacere di esserci, di trovarsi a casa mia, per giocare sul mio campo, tutti insieme. Il piacere di giocare insieme. Solo che… Solo che il gioco è una “brutta bestia”. Poi il piacere del gioco diventa la necessità di vincere. E allora diventava una battaglia vera, senza “esclusione di colpi”. A Wembley, il campo di Nico, non di rado Stefi finiva per arrabbiarsi di brutto. Ma capitava anche nel campetto di periferia, nel mio campetto. Che i miei amici, quelli che avevo desiderato avere a casa mia, a giocare sul mio campo, poi si “dimenticassero” di essere i miei migliori amici. Giocavano con un solo obiettivo. Vincere. E capitava che si finiva per discutere. E che il piacere iniziale, almeno per me, lasciasse il posto ad un fastidiosissimo senso di delusione. Ma come ? I miei amici ? Già. Andava così. Me lo ricordo ancora quel sapore un po’ amaro che ti restava alla fine di certi pomeriggi. Forse ero un “sentimentale” del gioco. Pensavo, sbagliando, che il risultato non fosse il centro di tutto. Forse è per questo, pensandoci a distanza di anni, che non sono mai stato un “fenomeno” nello sport “vero”. Forse mi è mancato l’istinto di chi gioca per vincere. Bastava esserci, in fondo… L’allenamento, la convocazione, il riscaldamento, lo spogliatoio, l’emozione di mettere la maglia, quella rossa e blù della nostra squadra, il giocatore da marcare, quello che scrutavi fin dal momento in cui entravi in campo, tu, incerto terzinaccio di periferia… Che, ovviamente, a Wembley ci avresti giocato solo a Subbuteo. Divertendoti comunque un sacco. Perché in quello Wembley lì, o in qualsiasi altro campetto di periferia, ci avresti giocato… insieme ai tuoi migliori amici… Perché, anche se ci scappava qualche bisticcio e si finiva con qualche muso, avresti sempre “resettato”, saresti ripartito sapendo di potergli dare una nuova chance. Sì, una nuova chance, per tutti. Di giocare, pensando che, in fondo, era davvero tutto un gioco…

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