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Marco Cruciani

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Pensieri in libertà


Houston, abbiamo un problema

Pubblicato da Marco Cruciani su 6 Febbraio 2015, 21:00pm

Houston, abbiamo un problema

“Houston, abbiamo un problema”. Partiamo da qui, da una frase che ha fatto storia. Un problema serio. L’esplosione di un serbatoio di ossigeno sulla navicella Apollo 13, che poteva portare al disastro. Non fu così, grazie al Cielo (e trattandosi di missione sulla Luna, forse l’espressione non è proprio fuori luogo…). Prendere coscienza che “c’è un problema” è determinante. Perché volendo, da lì, si parte o si riparte per cercare una soluzione. Invece, in molte situazioni della vita, questo non accade. Si minimizza, si rimanda, ci si affida a dei palliativi, sperando che le cose si risolvano un po’ da sole, col tempo. Seguo con discreto interesse, forse s’è capito, delle problematiche di tipo scolastico, legate a comportamenti che qualcuno un po’ drastico, potrebbe definire come “atti di bullismo”. Potrebbe. E’ la differenza tra il dire “Houston, abbiamo un problema” oppure… “cavolo, si è accesa una spia sul quadro comandi… mah… vediamo… deve essere di sicuro un falso contatto”. E già. Ma che sarà mai, una spia che si accende. Quando un ragazzino manifesta un disagio, quando racconta finalmente ai propri genitori di aver subito qualche comportamento vessatorio da parte dei propri compagni, si è finalmente deciso a dire la fatidica frase: “Houston-mamma&papà, abbiamo un problema”. E badate bene che, quando si è deciso a raccontare, di umiliazioni, ne ha già subite almeno una decina. E adesso non ne può più. Si è deciso a parlarne, a confidare finalmente quella cosa che lo ferisce profondamente. La sua autostima è già sotto i tacchi: non mi rispettano, sono diventato una vittima. Nella migliore delle ipotesi, “Houston-mamma&papà” drizzeranno le antenne. Ma non è detto. Non è detto che anche lì, nella Houston delle mura domestiche si percepisca realmente il disagio, il problema. Facile pure che si finisca per liquidare il tutto come bisticci tra ragazzini, banali antipatie reciproche, niente di che. Minimizzando, rimandando, aspettando. Oppure no. Oppure si cerca di capire davvero che succede, si drizzano appunto i radar, si attivano quei meccanismi minimi di supporto di cui dispone il team familiare. Sperando di avere nelle cassetta degli attrezzi, quelli che servono per riparare i danni già fatti. Potremmo chiamarlo, intervento di primo livello. Ma se la situazione non cambia, bisogna avanzare di uno step. Si coinvolge l’insegnante. E qui, per quanto ne sappiamo, la faccenda può diventare un po’ più complicata. Perché si coinvolge una persona che in primis ha un compito cui non può sottrarsi, quello della vigilanza. “In via generale si osserva che fra gli obblighi di servizio del personale docente, vi è certamente quello di vigilare sugli allievi per tutto il tempo in cui questi sono loro affidati.” Non lo dice chi scrive su questo blog. E’ parte di un trattato di Diritto sul tema “Della responsabilità in tema di vigilanza degli alunni”. Già vigilanza. Impossibile per uno o due insegnanti tenere sotto controllo, minuto per minuto, quello che succede in una comunità scolastica di venti, venticinque persone… Ci sono momenti di buco inevitabile. Il cambio dell’ora, la ricreazione… E guarda caso, il bullo, nella sua lucida e cinica operazione di destabilizzazione della vittima, generalmente agisce proprio in “assenza di vigilanza”. Per cui, la prima obiezione del “vigilante di turno”, sarà quella che lui non si è mai accorto di niente, pur non assentandosi quasi mai dalla classe. Però se le “denunce” dei genitori sono circostanziate, se si riferiscono ad attività ripetute, sia verbali che fisiche, almeno all’obbligo morale di “promessa d’indagine” non ci si può sottrarre. Ma c’è un altro aspetto da rimarcare. L’insegnante, è per sua costituzione un educatore. Che impartisce lezioni anche comportamentali ai suoi alunni. Un insegnante cui vengono manifestati problemi di “bullismo”, è un insegnante cui è sfuggito, forse, qualcosa di importante. Che vede messa in discussione una parte del suo ruolo, che vede intaccata parte della sua autorevolezza. Che si trova in evidente imbarazzo, un disagio, il suo questa volta, che può minare il suo “valore” agli occhi della comunità scolastica e non solo. Per questo, è facile trovare un soggetto che proverà a minimizzare. Quelli che “son cose tra ragazzini, ci sono sempre state, fanno parte dell’età, delle dinamiche, che si risolvono da sole, che chissà quante ne troverà andando avanti”. Oppure se la caverà con indagini sommarie, “confronti diretti” in cui ovviamente il “carnefice” cadrà dalle nuvole dichiarandosi totalmente estraneo alle accuse. E con un bel “datevi la mano e fate la pace” tutto si risolve. Perché c’è altro da fare, programmi da portare avanti. Perché magari, come succede sempre più spesso, il bullo non è un disagiato ma un soggetto di buona famiglia, magari dall’ottimo rendimento scolastico. E allora, ci sono davvero tutti i presupposti per risolvere la faccenda a tarallucci e vino. Non conviene a nessuno "farne un caso". Difficile che si prenda spunto per un bel lavoro culturale sui comportamenti sbagliati… Un bel progetto, serio, educativo davvero. Non c’è tempo… Se ne occuperà qualcun altro. “Houston, abbiamo un problema”, non rientra nel frasario di certi insegnanti messi di fronte a casi di bullismo. Manca la volontà di prendere coscienza, anche dei propri limiti. Insomma, non si risolve un bel niente. O poco. E così, si passa allo step successivo. Il dirigente scolastico. Ma questa, è una storia a puntate. Quella lì, è ancora da scrivere. Intanto, ci pare che la conferma sia arrivata: “Houston, abbiamo un problema”.

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