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Marco Cruciani

Marco Cruciani

Pensieri in libertà


Amici per sempre

Pubblicato da Marco Cruciani su 24 Febbraio 2015, 14:00pm

Amici per sempre

Ho integrato questo pezzo con il contributo di due cari vecchi amici come Mauro e Corrado, anche perché, di tempo ne è passato… e certi dettagli è difficile ricordarli. Particolare curioso: nel frattempo, siamo diventati tutti genitori… I nostri ragazzi hanno età diverse, ma non è detto che non si trovino a percorrere (per il nostro Andrea è già così…) strade simili a quelle dove siamo passati anche noi, diventando anche loro parte attiva di una tifoseria. E allora, può essere ancor più significativo provare a fornire loro gli strumenti perché vivano le loro esperienze, senza magari commettere gli eventuali errori che noi possiamo aver commesso in passato. Solo a questo deve servire la nostra esperienza: a fare in modo che attraverso i nostri figli, certi ambiti siano migliori di quanto lo sono stati quando c’eravamo noi. Per questo, sarebbe bello che i ragazzi della curva, per esempio i giovani Sirmaniaci, leggessero questo pezzo. Noi, lì dove ora siete voi, ci siamo già stati. Come dice una bella canzone di Antonello Venditti “…eravamo trentaquattro e adesso non ci siamo più, e seduto in questo banco ci sei tu…”. Per cui, se potete, non fate i nostri “errori” e divertitevi. Siate felici, perché questo, è, davvero, solo un gioco…

Eravamo quattro amici in palestra. Palestra, vabbè… era il vecchio Cva di Castel del Piano, col pavimento rosso, i vetri sempre mezzi rotti, le luci in parte fulminate e mai riparate. La crisi ? Forse è cominciata diversi anni fa… Quelli erano comunque gli anni ottanta, all’incirca la metà. Un gruppo di amici scelse di darsi alla pallavolo. Maschile e femminile. Squadre con i ragazzi del posto, allenatori del posto, dirigenti del posto. Una specie di famiglia, nata sotto il segno dei palleggi e delle schiacciate. Una di quelle strane famiglie che, per una magia dello sport, di un’epoca diversa, di persone particolari, è come se fosse rimasta legata da un filo sottilissimo ma indistruttibile… Metà degli anni ottanta. Nasceva quell’avventura sportiva “di paese” che, in quel modo lì, per chi scrive, sarebbe durata quasi quindici anni.

Parallelamente alla “nostra pallavolo”, cresceva sempre di più a Perugia un fenomeno chiamato Sirio. La squadra femminile che negli anni avremmo chiamato con i nomi degli sponsor… Ina, Imet, Despar, Colussi... Una stella dello sport probabilmente irripetibile, che avrebbe portato la nostra città sul tetto d’Italia e d’Europa. La sua scalata iniziò nella stagione 1986-87, con la vittoria nel campionato di serie B e la conseguente promozione in A2. Per noi che vivevamo quegli anni di “pane e volley”, quell’evento determinò una naturale “migrazione” verso quella che diventò la nostra squadra di vertice. Ne diventammo tifosi, i tifosi. Non credo di ricordare male se dico che dal nostro gruppo di Castel del Piano nacque la prima forma di “tifoseria organizzata” del grande volley perugino. Provammo, infatti, in qualche modo, ad organizzarci. In questa fase, in questo contesto, fu determinante la presenza di Corrado, tifosissimo laziale, che fu in sostanza una manuale vivente del “fare tifo”. La sua passione per la batteria con cui si esercitava nel garage sotto il palazzo dove abitava, in Via Angelini, ci dette la prima… materia prima, i tamburi appunto, per essere tifosi veri. Proprio a Corrado in questi giorni ho chiesto cosa ricordava di quel periodo e, per una sorta di magia, riavvolgere il nastro, anche per lui, è stato molto più facile del previsto… Per cui con piacere ed un filo d’emozione, passo la parola a Corrado…

Tutto cominciò con una tua richiesta: "A Corrà, ce presti du' tamburi per tifà la Sirio?". Subito non capii, poi mi spiegasti che insieme ad altri volevate formare un gruppo di tifosi della squadra di pallavolo, che si stava affacciando in serie A. Non so come, ma stranamente non esitai nemmeno un attimo a smembrare il set della mia batteria (forse inconsciamente c'era il desiderio di comprarne un'altra più nuova) non prima di raccomandarvi di riportarmeli sani. Quasi contestualmente cominciai anch'io ad interessarmi alla Sirio. All'inizio non conoscevo nemmeno le regole della pallavolo ma stavo bene in mezzo al gruppo ad urlare e tifare. Il coinvolgimento crebbe così tanto che ci ritrovammo spesso nel mio garage a fare le ore piccole (beata gioventù) per confezionare striscioni, buttare giù canti, organizzare coreografie (in questo devo dire che gran parte delle mie idee venivano proprio dalle domeniche che spesso passavo allo Stadio Olimpico a tifare Lazio).

Tutto vero, naturalmente. Tutto autentico, semplice, spontaneo. Vennero gli striscioni, come quello con la scritta “Irriducibili” che usciva veramente da qualche angolo dello Stadio Olimpico di Roma, quello con scritto “Torcida” arrivato quale “omaggio brasiliano” ai nostri brasiliani Bernardo e Vera Mossa che sbarcarono a Perugia all’inizio degli anni novanta. Poi le sciarpe, qualche bandiera e poco altro, se non la voglia di divertirsi insieme, vero motore di tutto. Il gruppo battezzato come “Red Dream”, con tanto di tessere stampate e di striscione “Red Dream lo sballo continua”. Dietro Corrado, insieme, fummo in tanti a metterci del nostro. Un gruppo di ragazzi, un gruppo di amici. Patrizio, Mauro, Roberto e tanti altri ragazzi e ragazze di Castel del Piano, cui si aggiunsero, come è naturale che fosse, tanti altri “stranieri” accumunati dalla passione per le ragazze della Sirio… Noi partivamo dalla Piazza, la Piazza di Castel del Piano, il ritrovo davanti alla Chiesa e poi via all’Evangelisti. Al palasport scegliemmo il posto dietro le panchine, alla destra del tavolo del segnapunti. L’apice di quello che fu un gioco straordinario per quel gruppo di amici, fu la finale scudetto della stagione 1990-91. Il punto più alto di un’annata straordinaria per una squadra che, appena alla seconda stagione in A1, vinse la regular season e arrivò a giocarsi il tricolore contro la corazzata Teodora Ravenna. In quella stessa stagione l’Evangelisti fu sede della Final Four di Coppa Italia, con la Sirio che raggiunse la Finale, perdendola anche in quel caso contro Manu Benelli e compagne. Quell’anno non vincemmo nulla, ma credo che quei mesi possano essere ricordatati, per noi, primi tifosi organizzati, come qualcosa di davvero indimenticabile. Era davvero tutto semplice, genuino, spontaneo. Ci affezionammo alle nostre ragazze e in un certo senso anche alle avversarie, che aspettavamo all’uscita dallo spogliatoio… Erano tutte e tutti parte del “nostro gioco”.

Ma non durò. I rapporti con “la società” si incrinarono nel corso della stagione successiva. Quello che accadde davvero non lo ricordavo nemmeno e in questo mi è venuto in soccorso Mauro, altra fondamentale memoria storica di quell’epoca. “Ce la prendemmo – ricorda proprio Mauro - per la mancata organizzazione degli autobus per alcune trasferte: i dirigenti inventarono delle scuse abbastanza ridicole…”.

Situazioni classiche, direi. Cambiano in qualche modo i “rapporti di forza” e il gioco smette di essere tale: ti senti parte importante della faccenda e chiedi, magari “alzi la voce”, non accetti di essere messo in secondo piano, che il tuo ruolo non sia riconosciuto e apprezzato. E così, le tue “ambizioni”, diventano più importanti del gioco. Il gioco, davvero, non è più un gioco. Il gruppo si disunì, vittima di quelle beghe…

Ricordo di quell’anno solo che molti di noi non erano al palasport in quella che resta forse la pagina più nera del “tifo pallavolistico” all’Evangelisti. Era il maggio 1992 e sul web ci sono ancora tracce di quel giorno, dell’ultimo atto della finale scudetto. “Matera campione, incidenti a Perugia” titolò Repubblica. La cronaca è ancora eloquente: “… al Palaevangelisti, si sono scontrati i tifosi di Matera e Perugia. Dagli sfottò alle botte vere e proprie si è passati in un baleno. Sul parquet, dove Calia Matera ed Imet Perugia schiacciavano per conquistare lo scudetto, è piovuto di tutto: dagli accendini alle monetine, dalle monetine ai pezzi di rubinetto. Striscioni polemici e violenti, agenti che caricavano anche all' interno del Palazzetto. I primi scontri tra i tifosi delle opposte tribune si sono avute soltanto dopo cinque minuti di gara quando la formazione ospite era avanti per sette a zero. Da quel momento è successo di tutto. Dopo la partita, ancora incidenti: danneggiate auto e pullman”.

Ricordo che passammo nei paraggi dell’Evangelisti, quel giorno, sconcertati e probabilmente fieri di non esserci. Il “nostro tifo” era un’altra cosa. Il tifo, quello che noi abbiamo vissuto allora da protagonisti, era davvero un gioco, era il piacere di stare insieme, di divertirsi insieme, con passione, sostenendo la nostra squadra del cuore. Lo confermano le parole di Corrado che, dopo quasi venticinque anni, mi fa scorrere un brivido lungo la schiena: “Il tifo per la Sirio, per vicissitudini varie, si è esaurito molto velocemente, ma sicuramente quel periodo rimane scolpito nella mia vita perché chiunque partecipava ci metteva il "cuore" e, si sa, in questo modo tutto riesce a meraviglia”.

Cuore, passione, amore per i valori che l’essere tifoso ti permette di vivere e condividere. Gli elementi di un bel gioco, che credo debbano cercare ancora oggi tutte le persone che decidono di sostenere attivamente la propria squadra. In qualsiasi disciplina, su qualsiasi palcoscenico. Quello che io, “old ultrà” dico oggi a mio figlio, che tiene in mano le bacchette di un tamburo, come il tipo panciuto e improbabile della foto che accompagna queste righe. Che sono io, con quasi venticinque anni in meno… Ed è la stessa cosa che, se potessi, direi a tutti i ragazzi che oggi vanno in curva all’Evangelisti. Andate lì, con i vostri amici, a tifare per la squadra che amate e divertitevi. Siate protagonisti di questo gioco, cogliendo l’essenza del gioco, il gusto del gioco. Perché queste sono le uniche cose che contano… Divertitevi insieme, tifando. Perché poi, su questa condivisione, magari nascerà qualcosa che durerà nel tempo. Vivere insieme, con gusto, la stessa passione, per noi è stato come un seme. Spero che succeda anche a voi, ragazzi, quello che è successo a noi. Noi, ormai sulla soglia della cinquantina, forse non ci vediamo più tanto spesso. Ma una cosa è certa, e forse lo avete capito. Siamo rimasti amici. Amici per Sempre. Questa, ancora di più, è… la sola cosa che conta…

Infine… Grazie per l’attenzione che avete dedicato alla nostra storia, grazie a Corrado, Mauro e a tutti quelli che ricordano ancora una stagione, forse, tra le più spensierate della nostra vita. Alcuni, tra i migliori anni della nostra vita…

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