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Marco Cruciani

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Pensieri in libertà


Ricominciamo a sognare

Pubblicato da Marco Cruciani su 13 Gennaio 2015, 20:23pm

Ricominciamo a sognare

A diverse ore dal termine della prima competizione stagionale, la Coppa Italia, qualche riga nero su bianco, frutto anche delle chiacchiere di questi giorni con gli amici che condividono la stessa passione. Ah, sì, passione, proprio quella. Quella “roba“ che ti fa sognare, soffrire, arrabbiare, gioire, piangere, che ti fa sentire deluso, appagato, triste e… voglioso di cancellare subito la tristezza pensando a nuove sfide. Passione. Chissà quanti ce la mettono nelle cose che fanno… O sono semplici “ragionieri” della vita (col massimo rispetto, ho il diploma di ragioneria in tasca…), esperti della partita doppia… dare... avere… numeri, formule e basta. Ma non divaghiamo. Coppa Italia. Partiamo da un paradosso: è la competizione più facile e difficile allo stesso tempo. Questa volta ancora di più. Vinci tre partite e sei il più bravo, il più bello, il più forte. Tre partite soltanto. Stavolta, quella del martedì, quella del sabato e poi di domenica. Tutto in sei giorni. Sei giorni per diventare il Re. E sei giorni per diventare un mezzo brocco. Se in quei sei giorni sei al top, se i tuoi meccanismi sono pronti, hai salvato già la stagione e non è nemmeno metà gennaio. Che poi sia giusto spremere così atleti, tecnici, tifosi, società, magari qualcuno se lo dovrebbe domandare… Per la Sir, se fosse andata in finale, otto partite in venti giorni, una ogni due giorni e mezzo… Per gente che forse negli ultimi dodici mesi si è fermata per una manciata di giorni… Ma lo spettacolo deve andare sempre avanti. Sempre e comunque. Quindi, o sei al massimo in quei sei giorni, o sei fregato. O sei il Re o ripassi un’altra volta. Se ci sarà un’altra volta. Quello che oggi è il Re, ci ha messo diciassette anni per mettersi un’altra volta la corona in testa. Forse allora non è così facile, così scontato, cosi “da ragionieri”, arrivare lì, e poi vincere. Noi perugini del volley maschile, fino a dodici mesi fa, della Final Four di Coppa Italia avevamo visto al massimo la locandina. Di quella volta, anno domini 1994, in cui fecero la Final Four a Perugia, e se la giocarono Modena, Parma, Milano e Ravenna. Noi per la seconda volta consecutiva, siamo tornati lì, da protagonisti, ambiziosi, alla due giorni di Coppa Italia. Ci si abitua subito, alle cose che non si sono mai avute… Diventano subito normali, anche se normali non sono. Perché basta un niente, una briciola nei tuoi ingranaggi e alla Final Four ci va Verona e tu resti a casa. Ma sì, ti abitui subito, a ciò che non hai mai avuto… Per esempio, noi, a Perugia, una squadra maschile che all’inizio della stagione partisse per vincere, non l’abbiamo mai avuta. Sì, buone squadre, magari ambiziose, ma i favoriti erano altri. Mai noi. Questa volta ci siamo messi e ci hanno messo nel gruppo delle big. E anche in questo caso “l’ambiente” ci ha messo un attimo ad abituarsi all’idea... “Dimenticando” però che, tra l’idea di vincere e la vittoria, c’è sempre un po’ di strada da fare… Gli automatismi, non sono così scontati. L’idea, l’ambizione di vincere, va inserita, contestualizzata, nel tempo in cui si decide di coltivarla. Non sono un tecnico, non ho le competenze per capire certi meccanismi tecnico-tattici… Ho solo visto da spettatore qualche anno di volley, di sport, e sulla base di questo, ho chiaro quanto sia difficile vincere. Specialmente… dopo una stagione praticamente trionfale – finale Scudetto, finale di Coppa Italia, qualificazione in Champions – già di per se difficilissima da ripetere, con una squadra molto rinnovata (quattro titolari nuovi su sette), fatta da atleti che giocano ormai senza fermarsi un attimo nel corso dell’anno; con un calendario di impegni fittissimo – tre competizioni, tra cui la Champions, mica pizza e fichi – con tanti viaggi e poco tempo per lavorare con continuità in palestra; con qualche infortunio che complica ulteriormente le cose, con un allenatore nuovo e alla prima esperienza, con pressioni e attese societarie ed ambientali pari alle ambizioni manifestate, con un pacchetto di avversari comunque di livello almeno pari al nostro… Quindi ? Tutto facile, tutto scontato, tutto normale ? Proprio per niente… Ma ci si abitua subito, è chiaro, a ciò che non si è mai fatto… Eppure, quando si gioca con l’ambizione di portare a casa un trofeo, si sale su un treno eccitante e pericolosissimo allo stesso tempo. Quello dal quale si può anche scendere, senza aver vinto. Ritrovandosi alla stazione della sconfitta, smarriti e delusi… E allora, intanto, non scordiamoci da dove veniamo… Forse ce lo siamo dimenticato in fretta, ma siamo appena alla nostra terza stagione consecutiva in A1… E il nostro aver bruciato le tappe è un privilegio che non capita a molti… Godiamocelo, questo privilegio. Non lo sprechiamo. Gustiamoci la possibilità di competere ai massimi livelli ! Sabato scorso, ci è accaduta forse una cosa mai successa. Pensateci. Soprattutto voi che conoscete la storia. Sabato scorso, per la prima volta in cinque stagioni (due in A2 e tre in A1) abbiamo sentito sul serio il dolore della sconfitta. Un dolore così, mai… Né nella prima sofferta annata in A2 (in cui ci salvammo ai play out e di sconfitte ce ne furono tantissime), né la Finale Scudetto persa, né la Finale di Coppa Italia persa erano state … “così perse”. Non avevano fatto così male. Non c’erano mai state sconfitte così “irrimediabili”, senza appello, non c’erano mai state sconfitte che non sembrassero comunque mezze vittorie. Quella di sabato è stata una sconfitta e basta. Ma vera. Un dolore vero. Come un bambino che non si è mai scottato, abbiamo provato quel dolore nuovo, inatteso. Cos’è ? Sapete cos’è ? E’ il prezzo che si paga per diventare grandi… Si impara. E si riparte. Insieme. Ricordandoci chi siamo, da dove veniamo e cosa abbiamo. Che c'è un domani, nuove partite, nuove sfide decisive. Che giocheremo per vincere, ma che potremo anche perdere. Gioie e dolori nuovi. Che quello che è capitato, fa parte della normalità delle cose, dello sport. Abbiamo perso la semifinale di Coppa Italia… Ok, ha fatto male a tutti. Andiamo oltre. C’è anche di peggio, sportivamente parlando. Pensate cosa può essere organizzare una Final Four in casa, per vincere, e uscire subito, in semifinale… (Perugia, stagione 1992-93, Final Four di Coppa delle Coppe, semifinale persa contro Berlino e un modesto terzo posto per la Sirio dell’olandese Peter Murphy. Perugia, stagione 2002-2003, Final Four di Coppa Cev, un nuovo modesto terzo posto per la Sirio di Kirillova, Aguero, Francia… che poi vincerà il suo primo scudetto. Perugia, stagione 2008-2009, Final Four di Champions League, finisce al terzo posto una Sirio ormai sul viale del tramonto…). Piccoli esempi di cose vissute dal vivo. Dolori sportivi, come ce ne sono tanti altri. In tutte le discipline. Andiamo avanti. Come dice quel vecchio detto argentino “nessuno ci può togliere quello che abbiamo ballato”. Nel bene e nel male. Le cose belle restano nel cuore, quelle brutte nelle testa, nel “settore esperienze”. Ma ci restano altri giri di tango da fare… Con “ballerini” di una classe così cristallina, superiore, che a Perugia non si sono mai visti, almeno al maschile… Giocatori che valgono davvero il prezzo del biglietto, e che, pensandoci bene, obiettivamente, mai avremmo pensato di veder giocare con la maglia della nostra squadra ! Godiamoceli, imparando insieme a loro, partita dopo partita, cosa significa la competizione ai massimi livelli… Che per noi non è scontata, è comunque una prima volta. Ma l’ho già detto: ci si abitua subito, soprattutto a ciò che non si è mai avuto… Alle finali, come ai campioni… Allora, forse, è meglio mettere da parte certe "false" abitudini, per non perdere il senso della realtà e di ciò che abbiamo di prezioso. E ricominciamo da dove ci siamo fermati. Dove, solo per un attimo, abbiamo smesso di sognare…

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