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Marco Cruciani

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Pensieri in libertà


Stadi senza barriere. No, grazie.

Pubblicato da Marco Cruciani su 2 Maggio 2014, 10:26am

Stadi senza barriere. No, grazie.

Una riflessione personalissima che scaturisce dall’esperienza vissuta in questa serie delle finali dei play off scudetto, tra Perugia e Macerata. Pensando a certe immagini viste dalla mia postazione a bordo campo, mi è venuta in mente questa stucchevole retorica, questo mieloso battage pubblicitario che sentiamo ormai da tempo sugli “stadi senza barriere”. Che, da noi, nell’applicazione concreta di un vizio tutto italiano, sono come… costruire interi quartieri, tirar su file di palazzi uno dietro l’altro, e pensare poi, in un secondo tempo, alla viabilità e ai servizi destinati alle persone che, quei palazzi, li andranno ad abitare. Pensare agli stadi senza barriere, senza lavorare sull’organizzazione dell’evento sportivo e soprattutto sulla cultura sportiva del pubblico non ha senso. E alla cultura sportiva, checché se ne dica, ovviamente, non ci pensa nessuno. Per non parlare dell’organizzazione, questa sconosciuta. Pensare, per esempio, che basti togliere le recinzioni per far diventare tutti più buoni, corretti ed educati è pura utopia. Ma di questi aspetti ci si occuperà in seguito. Intanto togliamo le recinzioni. E’ così fashion… Volete un esempio di “stadio senza barriere” ? Lo stadio senza barriere è il palasport. Ho visto il “palasport senza barriere” e ho rimpianto quei bei, caldi palasport degli anni settanta (ma forse ce ne sono ancora oggi…) dove, tra l’altro, dietro le panchine c’era una bella struttura in plexiglass trasparente, che isolava proprio la zona delle panchine dal pubblico. Un deterrente fisico, indispensabile per evitare che qualcuno possa raggiungere con intenzioni non proprio amichevoli i protagonisti dello spettacolo sportivo, nel corso dello stesso. Una bella barriera trasparente, poco fashion, ma terribilmente pratica. Non succede, ma se succede... Del resto, quando mai uno sportivo va a dare una manata ad un atleta ? Ma non si sa mai. Se poi vogliamo essere proprio fashion a tutti i costi, si organizza un bel cordone di steward dietro le panchine, con compiti di controllo chiari e precisi, tra i quali quello di garantire la sicurezza degli atleti. Ma quando mai uno sportivo va a dare una manata ad un atleta ? No, naturalmente non succede. Ma non si sa mai. Se poi volessimo essere proprio fashion al massimo, potremmo lavorare sulla cultura sportiva. Spiegare alcuni “valorucci” come quelli che parlano di rispetto delle regole, di rispetto dell’avversario, di rispetto degli arbitri… Magari potremmo anche parlare di tifo corretto, ovvero di quella cosa che prevede l’incitamento costante per la propria squadra (sia quando è in vantaggio che, soprattutto quando è in difficoltà, se mai capitasse…) e rifiuta l’insulto, il coro becero, la provocazione verso l’avversario, insomma il “tifare contro”. Questo sì che sarebbe affascinante. E soprattutto quando l’evento attrae il grande pubblico, diventa indispensabile far capire ai neofiti, ai cosiddetti “occasionali”, qual è la filosofia del tifo che si vive tutto l’anno in quell’ambiente. Ambiente che, ci permettiamo di dire, dal punto di vista del tifo, è “di proprietà” della tifoseria organizzata. Quella che segue sempre la squadra e che ha il diritto-dovere di imporre la sua filosofia a tutti gli altri. In queste occasioni, quando da duemila spettatori, si passa a cinquemila, con un robusto numero di neofiti, non sarebbe male dedicare una conferenza stampa proprio a questi temi. A come si vuole che venga vissuta la “festa sportiva” che richiama il grande pubblico. Organizzazione e cultura, fanno sempre la differenza. Ma non si trovano e non si costruiscono facilmente. Sono un po’ come l’amalgama che l’indimenticato presidente del Catania, Angelo Massimino, voleva comprare da qualche parte. Ci sono cose che non si comprano. Una bella barriera di plexiglass invece sì. Io, tante volte, la preferisco.

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