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Marco Cruciani

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Pensieri in libertà


Non siamo in pericolo

Pubblicato da Marco Cruciani su 7 Aprile 2014, 14:00pm

Non siamo in pericolo

“Adesso voglio vedere cosa scrivi sul blog !”, è un guanto di sfida troppo stimolante per non raccoglierlo... E allora, cara la mia lettrice, devo dirti subito che da “old ultrà”… è stato proprio bello tornare a vivere una trasferta in pullman ! Sono passati diversi anni dall’ultima e forse, si può anche dire che, se il passare del tempo ha cambiato il mondo, lo ha fatto in meglio. Perché se è questo il volto, il modo di essere, di “quelli del volley”, possiamo davvero parafrasare una vecchia canzone e dire che… se il mondo assomiglia a voi… non siamo in pericolo !

Parliamo ovviamente di Piacenza-Perugia, gara uno della semifinale scudetto. Partita vera, importante, sentita, in cui ci si gioca tutto il lavoro di una stagione. In cui c’è o ci potrebbe essere la giusta dose di tensione, in campo e fuori. Oppure no. Alla fine, sarà proprio “oppure no”. Nel senso che di “tensioni”, nel senso peggiore del termine, non ce ne sarà ombra. E’ normale nel volley ? Beh, anche se lo è, diciamolo, perché non fa male, anzi, fa proprio benissimo.

Ma andiamo con ordine. Di questa trasferta ci restano alcune immagini di ciò che abbiamo vissuto da dentro, che condividiamo volentieri con chi ci legge.

Insieme a diverse persone che si organizzano autonomamente, da Perugia, passando per San Giustino, partono due pullman di persone che condividono la stessa passione per la Sir Safety Perugia. Non appartengono tutte ai gruppi organizzati, quasi la metà non ne fa parte. Ma questo non fa la differenza, anzi, diventa un valore aggiunto. Quello che salirà in Emilia, sarà infatti un unico grande gruppo, una specie di grande famiglia, composta da persone di tutte le età. Dagli under dieci, agli over sessantacinque, c’è proprio tutta la famiglia rappresentata. E’ come se il nonno prendesse per mano il nipotino, con mamma e papà che stanno lì, a gustarsi la scena: quella in cui, tutti insieme, si va alla stessa festa. O in gita, o in qualsiasi altro posto. La partita è il fine… che diventa occasione, pretesto, opportunità. Evento, che mette insieme persone animate dallo stesso spirito. Quello che, per esempio, spinge tutti a raccogliere un’idea semplice (per i pasti, ognuno porta qualcosa da condividere con gli altri) e a farne motivo di festa vera, semplice, pulita, generosa, genuina. E’ solo l’inizio. Il meglio, deve ancora venire. Perché il meglio, a nostro modestissimo parere, è che tu vai in un’altra città, in un altro palazzetto, con persone di tutte le età, con i tuoi colori ben visibili sulle magliette che fanno macchia e gruppo ben riconoscibile, ed è come se fossi a casa tua. Non c’erano forze dell’ordine, non c’erano tornelli, non c’erano perquisizioni, controlli negli zaini, bottigliette cui togliere i tappi, facce tese intorno alla “tifoseria ospite”. Forse allora esiste davvero una cultura sportiva “diversa”, un modo diverso di vivere anche il grande evento sportivo. Può essere “ogni volta Bologna”, quella sorta di magia con quattro tifoserie insieme nello stesso palasport a contendersi la Coppa Italia. Insomma, puoi andare davvero da avversario in un’altra città dove gioca la tua squadra e vivere due ore di sport, tifando per i tuoi colori, senza sentire un coro becero, un “buuu” razzista, un vaffa di troppo. Personalmente non ho sentito nemmeno una bestemmia, ripensandoci a bocce ferme. Sono stato decisamente fortunato. La partita ? Beh, non è andata come sognavamo: ma grazie lo stesso ai nostri che ci hanno provato e complimenti a chi è stato più forte di noi. Ci riproveremo, a batterli. Presto. Ieri non è andata, ma alla fine erano tutti in campo, attori e spettatori, come sempre a farsi una foto, a chiedere un autografo, a raccontarsi le reciproche emozioni. Chi perde spiega: uno come Boban Kovac, tecnico di Perugia, l’ha fatto anche ieri, con chiunque, come sempre, da grande uomo prima ancora che da grande sportivo.

E poi si riparte. Si rimettono gli strumenti nella “macchina della musica”, in attesa del prossimo viaggio e della prossima “città per cantare”. E mentre ci si avvia verso l’uscita, non ci sono mani che sbeffeggiano i perdenti, saluti ironici, non c’è lo sfottò di chi si sente più forte. C’è solo un bellissimo: “Ciao ragazzi, buon ritorno”. Mamma mia, questo dev’essere proprio un altro pianeta… E ci piace proprio un sacco.

Si riparte. Senza tristezze. La voglia di cantare non è passata. Perché in fondo è tutto un gioco e, con il giusto spirito, puoi continuare a giocare… C’era la partita, la semifinale scudetto. Grande evento che, ripetiamo, diventa grande occasione. Per conoscersi meglio e, forse, stimarsi un po’ di più. Perché si amano le stesse cose alla stessa maniera. Si scende dal pullman un po’ più uniti, un po’ più amici, con la voglia di rifarlo ancora… Con un pensiero che ti ronza per la testa: “Le altre volte, cosa ci siamo persi…”.

Ma anche con la certezza che su quei pullman, dentro le macchine, c’erano proprio belle persone… E che lo spirito con cui hanno vissuto questa giornata non finisce lì… Che nelle case, negli uffici, in fabbrica, a scuola, nelle palestre, nei negozi, per strada… in questo angolo di pianeta, puoi trovare volti puliti, sani, generosi, solidali. E’ la speranza che il volto pulito del volley, dello sport, sia anche il volto pulito della società, del mondo in cui crescono i nostri figli. Abbiamo perso gara uno della semifinale scudetto. Ma non è la cosa più importante. Quello che conta è che… Se il mondo assomiglia a voi, davvero, non siamo in pericolo…

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